Pubblicato da il 6 mag 2018 in Uncategorized | o commenti

DOVE SI AMMAZZANO I FOTOGRAFI

DOVE SI AMMAZZANO I FOTOGRAFI

Nel doppio attentato suicida recentemente messo a segno dai talebani a Kabul sono state vigliaccamente ammazzate una trentina di persone, compresi una decina di giovani giornalisti e cineoperatori, arrivati tempestivamente sul luogo del primo attentato, ed uccisi nella seconda esplosione. Fra di loro ha perso la vita anche il noto fotografo afghano Shah Marai, responsabile a Kabul della prestigiosa Agenzia France Press, poco più che quarantenne e padre di sei figli.

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Marai comincia a scattare foto per la AFP nel 1998,  per diventare poi il fotografo in capo dell’Agenzia, per la quale realizza in vent’anni oltre 18.000 fotografie. Egli racconta in prima persona la vita del paese, nel primo difficile periodo sotto la dominazione talebana, fino all’invasone americana del 2001, poi nel periodo della speranza di un reale cambiamento, fino alle successive delusioni, con il ritorno dei talebani nel 2004, con la partenza delle truppe americane nel 2014 e con la definitiva perdita di fiducia in un qualsiasi domani ed in qualsiasi prospettiva.

 

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In un suo saggio del 2016, “The hope is gone”, Marai racconta il passaggio dall’entusiasmo che pervade la capitale dopo la fuga dei talebani alla disperazione di oggi, con i talebani che sono dovunque ed attaccano i luoghi frequentati dagli stranieri, mentre gli afghani si ritrovano senza soldi, senza lavoro e con i talebani di nuovo alle porte. Nel corso di vent’anni di professione Marai documenta i momenti tragici ed i momenti felici, i lutti e le speranze, racconta il suo popolo attraverso immagini che parlano della vita quotidiana come dei momenti eccezionali.

 

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Osserva il volto di uomini e donne, ma soprattutto dei bambini, per cogliere nei loro sguardi le diverse emozioni che si alternano nell’arco degli ultimi anni, scrivendo in maniera indelebile la storia di un paese tormentato, lontano e quasi dimenticato da tutti. Dotato di grande forza, coraggio e generosità, Marai testimonia anche gli eventi più orribili con estrema professionalità e sensibilità, mostrando nelle sue immagini un’incredibile capacità di catturare l’umanità in quasi tutte le situazioni.

 

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Senza voler togliere niente agli altri, ai giovani reporter e cameraman, vittime di un agguato talebano mirato contro la stampa, contro la libertà di informazione e contro la libertà di espressione, ricordiamo, anche nel nome di tutti  gli altri, la figura e l’opera di Shah Marai, con alcune (troppo poche) immagini scelte fra quelle a suo tempo selezionate da lui stesso. Davanti a queste immagini cade ogni preoccupazione di tipo estetico, linguistico, semiotico, ideologico o filosofico. La vita (e la morte) vanno ben oltre questo tipo di considerazioni un poco, per così dire, sovrastrutturali.

 

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