Pubblicato da il 29 apr 2018 in Filippo Crea | o commenti

E’C   EHCNA  AILATI’L

E’C EHCNA AILATI’L

Ho provato, a caso, a cercare alcune Mostre firmate da sedicenti/ fotoreporter italiani. Ci ho trovato: 1) I popoli della valle dell’Omo – 2) Case a Cape Town – 3) Combattere il soroche / Perù – 4) le città sotterranee in Cappadocia – 5) I fiordi di Norvegia – 6) alla scoperta della “Route 66”.
E mi sono, ancora una volta, interrogato “Come si fa a campare con queste robe?” I proventi delle Mostre? No, per favore, non raccontiamoci balle. I libri? Nove volte su dieci sono autoprodotti. No, nemmeno coi libri. A meno di non appartenere al Gotha della fotografia.
Anni fa intervistai Giuliana Traverso, “la signora della Fotografia italiana” che conduceva, nella storica foto/Galleria “Il Diaframma” in via Brera a Milano, una scuola di fotografia aperta solo alle Donne. Ed ebbi la curiosità di tentare un identikit delle allieve. Di buona famiglia, di buona cultura, e tutte affette da “fotografite acuta”. E molte di loro sognavano di un Editore che desse loro, insieme ad una ben nutrita carta di credito, l’incarico di scorrazzare per il mondo a caccia di suggestive civiltà sepolte. Sì, proprio così. Era il mito del fotografo giramondo che zompava da un aereo all’altro, sempre in partenza per un Paese diversamente esotico. E la Maestra Giuliana Traverso, esordiva chiedendo: “Dimmi, tu sei ricca di famiglia?
Ho il ragionevole sospetto, che gli autori di quei reportage sopracitati, fossero nient’altro che dei vacanzieri che si erano regalati un viaggio di dieci giorni – tutto compreso – in Paesi più o meno esotici e che, prima di partire, avevano tirato fuori dall’armadio la fotocamera lì assopita da mesi. E che, rientrando a casa, avevano brigato per una Mostra nel locale circolo fotografico, o nella sede della Pro-Loco, o nell’atrio del Municipio.
Niente di male in tutto ciò. E, però, mi torna alla memoria uno stimolo consolidato “Il buon fotografo deve sapere cercare anche, e soprattutto, nei dintorni di casa propria”.
E mi chiedo perché mai certi “pruriti” si manifestino solo quando si parte per la Turchia, per il Marocco, per l’Egitto.

E penso a soluzioni più domestiche, forse meno facili, ma ancor più appaganti: un bel giro nella Sila Greca a scovare presenze bizantine, basiliane, albanesi (vedi Santa Sofia d’Epiro, San Cosmo Albanese, ecc.). E poi ancora le “fiumare calabresi”, le Valli Valdesi in Piemonte, le miniere di sale in Sicilia (a Realmonte c’è una suggestiva Cattedrale di sale). E poi gli itinerari delle ferrovie dismesse, gli edifici dei manicomi abbandonati, le Case cantoniere, ecc. E poi le strade consolari in zone poco abitate. Ed invece, ed invece …. ecco ancora oggi fotografi che esibiscono orgogliosamente la milionesima “Route 66” degli Stati Uniti con le immancabili pompe di benzina della Texaco, con squallide insegne di motel, con arrugginiti cartelli stradali, con drive in, con gift/shop. Un mondo che ha arrestato le lancette del tempo agli anni ’50 e che capitalizza oggi questo suo fascino.
Ma per favore, amici fotoamatori, facciamo stop con la “route 66”, e con le sculettanti hawaiane che ti aspettano sotto bordo con coloratissime ghirlande di fiori. E ricordiamoci che il nostro Paese ha radici culturali e ambientali che meritano un intelligente approfondimento.

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