Pubblicato da il 17 mar 2018 in Danilo Cecchi | 2 commenti

FRA PARAFOTOGRAFIA E METAFOTOGRAFIA

FRA PARAFOTOGRAFIA E METAFOTOGRAFIA

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Allo scopo di mettere un  po’ di ordine nel complesso universo delle immagini fotografiche e dei generi fotografici, quasi mezzo secolo fa lo storico e critico della fotografia Renzo Chini proponeva la suddivisione dell’insieme fotografico in tre aree linguistiche distinte, quello della fotografia diretta (di strumenti), quello della fotografia manipolata (parafotografia), e quello della fotografia che parla di sé (metafotografia). Questa suddivisione appare ancora più valida oggi, dopo che la così detta “rivoluzione digitale” ha cambiato non solo il modo di “prendere” e di “fare” le immagini fotografiche, ma anche lo stesso modo di pensarle

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La “rivoluzione elettronica” prima e la “rivoluzione digitale” poi hanno facilitato di molto il momento della ripresa fotografica, dilatando ad esempio la sensibilità dei materiali, la velocità di otturazione, la velocità di sequenza e la velocità di messa a fuoco, eliminando inoltre i vincoli ed i limiti rappresentati dal supporto fisico delle immagini, ed hanno facilitato di molto le operazioni successive al momento della ripresa, come il ritocco, la gestione e la trasmissione delle immagini, ma non hanno sostanzialmente cambiato il rapporto fra l’occhio (del fotografo) ed il mondo e non hanno mai veramente stravolto il meccanismo del “vedere fotografico”. La somma degli automatismi e delle agevolazioni tecnologiche ha invece offerto la possibilità di rendere lo sguardo più acuto e più attento, rendendo sempre meno vincolanti le barriere esistenti fra l’occhio ed il mondo, fra la realtà e la sua percezione visiva.

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Tutto questo ha agevolato la fotografia diretta, rendendo più duttili ed efficaci gli strumenti del fotografo, quelli che gli permettono di controllare il tempo e lo spazio, la prospettiva, l’angolo di ripresa, il momento dello scatto, la sequenza temporale ed il controllo dell’esposizione. Ma ha agevolato anche la fotografia manipolata, permettendo di modificare a posteriori ed a piacimento elementi come il contrasto ed il colore, le dimensioni e la densità, ma anche di modificare o di sostituire a piacimento i diversi elementi dell’immagine, cancellandoli o introducendone di nuovi. Ed in ambedue i casi, quello della fotografia diretta come quello della fotografia manipolata, ha reso sempre più espliciti e facilmente leggibili i processi generativi delle immagini, rendendo evidenti gli strumenti impiegati e le manipolazioni apportate, facendo spesso passare in secondo piano quelli che sono i significati stessi delle immagini, di quelle “trovate” come di quelle “costruite”.

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I confini fra le tre aree linguistiche si sono fatti più incerti e più permeabili, ogni immagine diretta porta i segni di qualche modifica, a volte minima ed a volte pesante, così come porta i segni delle attrezzature impiegate, a volte neutre ed a volte determinanti. Ogni immagine manipolata parte da una o più immagini dirette e porta i segni dei programmi impiegati per la manipolazione, e conseguentemente ogni immagine che parla di sé e di come è stata realizzata parla anche di altro, del proprio referente come del proprio autore. In questo intrecciarsi di relazioni e combinazioni, si apre una fenomenologia delle immagini fotografiche estremamente ampia e diversificata. Un mondo complesso ed affascinante in cui è piacevole addentrarsi, ma in cui si corre anche il rischio di perdere la strada e l’orientamento.

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2 Commenti

  1. Condivisibile. Ma la sua ultima frase “Nel linguaggio fotografico ci sono già tanti modi per interpretarla, senza costruirla o manipolarla” dice che nemmeno la fotografia è fedele immagine della realtà. Allora, come una volta si aggiungeva “obiettivo 80 mm, filtro giallo 1, pellicola pancromatica 27 din, ecc. (e già manipolazioni altre, in camera oscura, erano tenute occulte, come mascherature, sviluppi particolari…); oggi si dovrebbero aggiungere molte altre cose, non sempre ben definibili; ed ecco che giustamente Angelo Aldo suggerisce si debba etichettare. Nessuna delle sue etichette mi piace, ed è ben difficile trovare quella illuminante. Perciò mi complimento per il suo coraggio. Ma fra quelle sue, preferirei la denominazione che egli gradisce meno: Parafotografia: oltre la fotografia.

  2. Ho apprezzato molto questo articolo, interroga su argomenti già dibattuti ma purtroppo mai risolti.
    Mi sento di fare i complimenti all’Autore, però contemporaneamente mi sto chiedendo se non si poteva andare “oltre” e provare a stabilire anche un’etica, una filosofia morale a questa esplosione di immagini che in tutti i modi usufruiscono del termine “Fotografia”.

    Michele Smargiassi ( che ogni tanto leggo ma non sempre condivido ) non molto tempo fa affermò: “ Viva Photoshop e tutte le cose meravigliose che consente di fare. Quel che conta e’ non far credere quel che non e’. Non spacciare per fotografia un’altra cosa. Le etichette servono. Sai cosa mangi. “
    Che sembra al giorno d’oggi una boutade inappropriata, ma che invece a mio parere è pertinente sia all’argomento di questo blog, sia al momento che la Fotografia sta vivendo e che si appresta a vivere.

    Renzo Chini che qui viene citato, si era posto il problema, si, mezzo secolo fa relativamente alla situazione della Fotografia degli anni cinquanta/sessanta/settanta quando l’Immagine Digitale non esisteva ed era ben lungi dall’essere prevista, contemplata.
    Il termine “fotografia manipolata” o parafotografia a mio parere sembra adattarsi perfettamente alla cosiddetta fotografia digitale attuale, ma non sono così sicuro che 50 anni fa si intendesse a Photoshop o al rendering digitale fotografico 3D usato ora da molti studi professionali.

    Concordo sulla “Rivoluzione elettronica” , sulla “Rivoluzione Digitale”, possiamo anche parlare di una “Rivoluzione dell’Immagine” ma nutro forti dubbi che questi termini possano accostarsi a ciò che ancora possiamo definire “Fotografia”.
    Ci si dimentica sempre che la Fotografia ( lo scrivere con la luce ) nasce, necessita, obbliga ed esige la REALTA’. Che è ciò che si attribuisce all’immagine che qui è stata felicemente definita “trovata”.

    Sappiamo benissimo invece che l’Immagine Digitale non esige e non necessita di tutto ciò ( immagine costruita ). Non ne conosciamo i confini, non vengono dichiarati ed è impossibile stabilirne il limite.

    Chi ha usato l’immagine fotografica prima della rivoluzione digitale ha quasi sempre avuto l’onestà di non spacciare per fotografia quello che non era, dichiarando l’origine: Fotomontaggi, Rayografie, tecnica mista, contaminazioni ecc. ecc.
    Etichette indispensabili per capire ciò che si sta guardando.

    L’unico dato certo è che in Fotografia senza la realtà esiste solo un negativo non esposto.
    Con l’immagine digitale questo non possiamo stabilirlo ne affermarlo.

    Assicuro che io apprezzo le immagini digitali, le pratico e talvolta le ammiro. Trovo che debbano avere pari dignità e considerazione in quello che chiamiamo Filosofia e Linguaggio dell’Immagine, ma penso anche che dovremmo trovargli un’altra etichetta. Proprio per capire ciò che stiamo osservando.

    Immagine Digitale, Pittura Digitale, Grafica Digitale, forse Parafotografia ( ma a denti stretti ), ma lasciamo il termine Fotografia a ciò che nasce solamente ed esclusivamente dalla Realtà.
    Nel linguaggio fotografico ci sono già tanti modi per interpretarla, senza costruirla o manipolarla.

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