Pubblicato da il 6 mar 2019 in Filippo Crea | 1 commento

giochiamo coi manichini …

giochiamo coi manichini …

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Nel numero di TF di maggio una mia proposta è dedicata a questa ricca e suggestiva riserva di caccia fotografica. Una miniera nella quale scavare, tuttavia, con molta prudenza. La banalità è, difatti, appostata appena dietro l’angolo, pronta a colpire. Non è sufficiente, difatti, incrociare un qualsivoglia manichino e fare clic. Il risultato, privo di sapore, non vi premierebbe. Ogni proposta “manichinica” dovrà essere connotata da un preciso zic di accattivante.
Le quattro prove che pubblico qui sono tutte di diversa matrice e ciascuna di esse recita qualcosa di diverso dalle altre.
** Le gambe mozzate vengono fuori, in attesa di un compratore, da sotto il tavolo di un mercatino trash. Un po’ macabre a prima vista sono nient’altro che un qualcosa di plastica.
** Le due affascinanti creature, viste da Marie-Claude Laflamme, giovane fotografa francese, vivono in un attualissimo spazio “street” metropolitano.
** E qui, in un sottopasso di periferia, si allineano delle “manichine” proletarie a beneficio di potenziali acquirenti meno esigenti.
** Altro e molto diverso racconto: la manichina che ci volge le spalle percorre una strada commerciale, e lo fa in coerenza con l’andare degli altri passanti. Una gradevole soluzione alla fotografia “street”.
== Concludo in stretta sintesi: quattro foto/racconti, tutti diversi, e tutti connotati da un qualcosa che li caratterizza. Anche questo post lo ho voluto come stimolo alla narrazione fotografica, ed alla ricerca del diverso. E’ un suggerimento nuovo, una sfida accattivante. Provateci!

1 Commento

  1. Questa non è ricerca, è soggezione nei riguardi del soggetto. Chi valuta o legge uno scatto fotografico non percepisce alcun timore nei confronti delle persone che vi sono ritratte ed anzi le desidera al fine di leggervi se stesso a differenza di chi, per superbia o altro, accetta questi o altri simulacri dell’uomo a causa della paura del rapportarsi all’altro da una posizione di debolezza che è quella di chi fotografa. Suggerirei all’autore (o gli autori) si porsi con maggiore umiltà al livello degli umani che lo circondano, se proprio vuole ritrarli. A.F.

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