Pubblicato da il 14 set 2015 in Francesco C., Immagini | o commenti

Le immagini simbolo dell’ultima decade secondo Canon e Getty Images

Le immagini simbolo dell’ultima decade secondo Canon e Getty Images

 

Si è da poco concluso il consueto appuntamento con il “Visa pour l’Image 2015“, il festival annuale di fotogiornalismo che si è tenuto a Perpignan fino al 6 settembre. Per l’occasione Canon ha allestito una mostra di contorno con i 10 scatti simbolo di reportage/fotogiornalismo degli ultimi 10 anni in collaborazione con Anthony Holland-Parkin, direttore creativo di Getty Images, che qui proponiamo con i commenti degli autori.

Le immagini sono rigorosamente in ordine cronologico.

John Moore, Arlington, USA
27 maggio 2007

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“Dopo quattro anni di viaggi in Iraq per documentare la guerra, ho pensato di fare una visita al Cimitero Nazionale di Arlington durante un weekend del Memorial Day nel 2007. Sentivo che dovevo dedicare del tempo a quel luogo. Ho camminato tra le tombe e le lapidi della Sezione 60, la parte più nuova di questo esteso cimitero. Mi sono imbattuto in Mary McHugh, che era in visita alla tomba del fidanzato caduto, James Regan, un ranger dell’esercito statunitense, ucciso da un ordigno esplosivo all’inizio dell’anno. Abbiamo parlato brevemente: il suo Jimmy e io avevamo lavorato, con missioni diverse, in alcune delle stesse difficili regioni dell’Iraq. Più tardi, quando sono passato di nuovo, lei era sdraiata sull’erba sulla tomba del suo innamorato e accarezzava il freddo marmo parlando a bassa voce alla pietra, come se avesse molto di più da dire. Ho fatto qualche scatto e me ne sono andato. Sentivo allora, e lo sento ancora, che dovevo dedicare a quel cimitero un po’ di tempo. Forse tutti glielo dovremmo.”

Alvaro Ybarra Zavala, Colombia
29 novembre 2007

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“Pochissime persone conoscono ciò che non si vede in questa foto. Dietro di me, quel giorno, dopo sei mesi di lavoro e frequentazione della colonna Arturo Ruiz delle FARC, c’erano molti componenti del gruppo armato che giocavano come bambini e si godevano la sessione di ritratti che avevo improvvisato. Sembrava, per un attimo, che tutti avessero dimenticato la guerra. In quel momento, in quell’angolo di giungla colombiana, regnava un’atmosfera piacevole fatta di scherzi e battute. Eppure, davanti a me, la mia macchina fotografica stava affrontando un’altra realtà. La durezza dei bellissimi volti di Judith e Isa è la vera testimonianza dell’asperità delle loro vite, segnate dalla guerra civile colombiana. Né gli scherzi, né i complimenti dei loro commilitoni, sono stati in grado, anche solo per un secondo, di nascondere i segni del conflitto sui loro bei volti.”

Veronique de Viguerie, Hobyo, Somalia
27 ottobre 2008

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“Per mesi, io e la mia collega giornalista avevamo sentito storie e voci sui pirati nel golfo di Aden, ma nessuno li aveva mai incontrati. Abbiamo capito che avremmo dovuto andarci. Ci sono volute un paio di settimane per organizzare il viaggio con il nostro fantastico assistente. La nostra più grande paura era che potessero rapirci. Per ridurre il rischio, non abbiamo rivelato le nostre identità in anticipo, quindi i primi minuti sono stati piuttosto stressanti perché solo allora i pirati avevano scoperto che eravamo due donne bionde, di un certo valore. Fortunatamente, era ormai troppo tardi perché potessero organizzare qualunque azione e quando hanno capito di avere tra le mani un’occasione di guadagno, noi eravamo già lontane. Grazie a questa immagine, e all’ampia diffusione del servizio speciale, siamo riuscite a portare in questa storia i fatti e la realtà giornalistica, nel tentativo di porre fine alle speculazioni. Finalmente avevamo una panoramica reale sulle persone coinvolte nella pirateria, di cui tanto avevamo sentito parlare.”

Toby Smith, Parco nazionale di Masoala, Madagascar
21 agosto 2009

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“Nell’agosto del 2009, ho partecipato alla spedizione di una ONG in Madagascar, alla ricerca di prove del disboscamento illegale in atto nei parchi nazionali locali. Separandomi dal gruppo principale, ho trascorso due settimane di trekking nel profondo della foresta pluviale Masoala, seguendo la scia del prezioso legname di palissandro, risalendo fino alla sua fonte.”

Ed Ou,Mogadiscio, Somalia
24 aprile 2010

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“Per due decenni, il conflitto e l’insicurezza costanti hanno scandito la vita quotidiana in Somalia. Ero allo stesso tempo affascinato e affranto dagli effetti di questa situazione sulla popolazione più giovane, quella che era nata in guerra. Per quei bambini, non c’era nulla di straordinario nelle loro vite. Sapevo che stavo documentando e assistendo a un’ingiustizia per il mondo esterno, ma per loro, imbracciare un’arma faceva parte della routine di ogni giorno. Ho provato il più possibile a lasciare che fosse la loro vita di tutti i giorni a parlare per loro.”

Marco Di Lauro, Gadabedji, Niger
27 giugno 2010

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“Arrivai a Gadabedji, in Niger, nel giugno del 2010 e il giorno 27 scattai questa foto di “carni appese”, che in seguito vinse il primo premio nella categoria Contemporary Issues al World Press Photo Award del 2011. [...] Ricordo ancora mentre ero a terra, nell’esatto momento in cui ho scattato la foto e la scena era così surreale che sembrava di essere in un dipinto di Dalì. L’odore, i colori, il cielo, tutta quella carne appesa: non avevo mai pensato al fatto che la prima conseguenza di una crisi alimentare è la morte degli animali, seguita da quella degli esseri umani. Mi sono davvero commosso e ho provato compassione per tutti quegli abitanti del villaggio che vendevano i loro animali in cambio di pochissimo denaro, solo per sopravvivere.”

Jonathan Torgovnik, Port-au-Prince, Haiti
10 gennaio 2011

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“Questa immagine fu scattata a Port-au-Prince, ad Haiti, mentre ero inviato per la rivista GEO per documentare gli sforzi per la ripresa e la ricostruzione di Haiti, un anno dopo il devastante terremoto. Per incontrare la gente e raccogliere le storie dei sopravvissuti, passai una giornata a camminare per le ripide colline che circondano Port-au-Prince e che ospitano i quartieri più poveri e densamente popolati, quelli più duramente colpiti dal terremoto. Era evidente come la ricostruzione fosse molto lenta e le persone, sempre più in difficoltà, provavano a fronteggiare ciò che avevano subito. [...] I ragazzi erano concentrati sulla loro partita, la luce era straordinaria e la vista sulla città, costruita tanto densamente, era perfetta, con le sue dolci colline che arrivavano fino all’oceano. Per me questa immagine racconta una storia di resilienza e adattabilità della popolazione e rappresenta la forza sul volto di una città che ha attraversato la devastazione.”

Brent Stirton, Riserva Ol Pejeta, Kenya
13 luglio 2011

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“Ho realizzato questa immagine nel 2011, proprio quando il problema dei corni di rinoceronte ha raggiunto la ribalta per la prima volta. Ho fotografato numerosi cadaveri e alcune orribili immagini di animali sofferenti, sopravvissuti alla brutale asportazione del corno da parte dei bracconieri, che li avevano poi abbandonati al loro destino. [...] L’ho scattata in Kenya, in un posto chiamato Ol Pejeta, dove sono ospitati tre degli ultimi sei rinoceronti bianchi settentrionali ancora in vita. Questo ragazzone è l’ultimo maschio della sua specie. Provate solo a immaginare di essere l’ultimo esemplare di qualcosa su questo pianeta… significa conoscere veramente cosa sia la solitudine.”

Laurent Van der Stockt, Jobar, Damasco, Siria
13 aprile 2013

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“Nell’aprile del 2013, quando è stata scattata la foto, non esisteva alcuna informazione verificabile in modo indipendente riguardo l’avanzata delle forze ribelli siriane nei sobborghi di Damasco. [...] Un giorno, quando ero sul fronte di Djobar, che era il più vicino al centro della città, ci vennero lanciate addosso alcune granate contenenti sarin, proprio mentre stavo intervistando un combattente. Ho istintivamente girato la fotocamera verso questa scena, con questi due uomini che indossano le maschere antigas e li ho fotografati mentre nello stesso tempo ho iniziato a registrare il video.”

Dan Kitwood, Kos, Grecia
4 giugno 2015

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“Ero arrivato a Kos il 29 maggio del 2015, con l’incarico di coprire l’arrivo dei migranti. L’isola greca era al centro dell’attenzione internazionale a causa del flusso di migranti in costante aumento, in arrivo sulle sue spiagge. [...] Durante la sesta mattina sull’isola, mentre ero sulla riva in attesa dei piccoli gommoni con il loro prezioso carico, ho visto questa imbarcazione piena di uomini pakistani. Avevano cominciato il loro viaggio qualche ora prima, con il favore delle tenebre, dalla costa turca, affrontando il mare agitato. Il loro senso di gioia una volta in salvo sulle coste europee era palpabile. Molto probabilmente non conoscerò mai il futuro che stava aspettando quegli uomini, né saprò mai se ciò in cui speravano si sia avverato.”

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