Pubblicato da il 17 apr 2018 in Danilo Cecchi | o commenti

NIHIL SUB SOLE NOVI

NIHIL SUB SOLE NOVI

Fino dalla sua nascita la fotografia ha alimentato discussioni e polemiche circa la sua natura e circa il suo posto nel così detto “sistema delle arti”. Generata dal connubio fra arte e scienza, la fotografia ha sempre oscillato fra due posizioni estreme, da una parte uno strumento asettico per la registrazione “fedele” del reale, dall’altra parte uno strumento creativo per esprimere sentimenti e stati d’animo. In altri termini, da una parte uno “specchio” della realtà visiva, ancorato ai meccanismi stessi della visione, dall’altra parte una fabbrica di immagini buone per ogni impiego, in funzione dei meccanismi dell’immaginazione.

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Per farla ancora più semplice, da una parte le fotografie “trovate” e “prese”, dall’altra parte le fotografie “costruite” e “fatte”. Ciascuna con le proprie tecniche, le proprie leggi, i propri miti, i propri riti e le proprie estetiche. Ma anche con confini spesso indefiniti, con molti punti di contatto e con molte sovrapposizioni, tali da rendere interminabili le discussioni sul tema. La così detta “rivoluzione digitale” ha reso più facile “trovare” e “prendere” le immagini, ma ha reso più facile anche “costruirle” e “farle”,  senza mettere per questo fine ad un dibattito che si trascina da almeno un secolo e mezzo.

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Andando indietro nella storia troviamo che nel 1868, esattamente un secolo e mezzo fa, l’inglese Henry Peach Robinson (1830-1901) pubblica il suo famoso saggio “Pictorial Effect in Photography”, ovvero “Effetto pittorico in fotografia”, con il sottotitolo “Accenni alla composizione e al chiaroscuro per i fotografi: a cui si aggiunge un capitolo sulla stampa combinata”. Con questo saggio si teorizza l’impiego della fotografia in chiave “artistica”, facendo un chiaro riferimento alla “pittura” ed aprendo quella lunga stagione del “pictorialism”, ovvero della fotografia pittorialista, che ha tanto influito sulla produzione fotografica dei dilettanti, se non dei professionisti, e che ancora oggi è vitale più che mai, proprio grazie alla “rivoluzione digitale”. A Robinson risponde nel 1889 un altro inglese, Peter Henry Emerson (1856-1936), con il saggio “Naturalistic Photography”, ovvero “Fotografia Naturalistica – Per gli studenti di arte”, in cui difende la fotografia in quanto tale, raffigurazione del mondo senza infingimenti artistici o camuffamenti pseudo artistici. Anche se pochi anni dopo, con la pubblicazione del saggio “Morte della fotografia naturalistica”, Emerson rinnega le proprie teorie, di fatto viene sancita la scissione, anche teorica e culturale, fra due modi diversi di intendere la fotografia ed il suo rapporto con il mondo reale (da una parte) e con il mondo ideale (dall’altra).

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Nel corso dei decenni successivi le teorie sulla natura della fotografia si sono moltiplicate, coinvolgendo quasi tutte le avanguardie artistiche del Novecento, ed arrivando a coinvolgere in tempi più recenti anche filosofi e semiologi, ma non si è sanato il divario originale che oppone i puristi dello scatto ai virtuosi del fotomontaggio, confondendo tutto entro la generica definizione di “fotografia artistica”. In realtà le scuole di pensiero sono più di due, dai fotografi come Cartier-Bresson che non accettano né tagli né alterazioni della scala dei grigi, a quelli come Ansel Adams, per i quali il negativo (o file di partenza) è lo spartito, mentre la stampa (o file di arrivo) è l’esecuzione, a quelli come Giacomelli che comprimono tutto nel solo bianco e nel solo nero, a quelli che modificano l forme ed i colori rendendo il file di partenza irriconoscibile, fino ai veri e propri sostenitori del fotomontaggio, della ibridazione, della massima libertà nella alterazione e nella sostituzione delle immagini con altre immagini.

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Comunque si voglia affrontare il problema, rimane una differenza fondamentale fra le opere di chi per esprimersi utilizza esclusivamente gli strumenti del fotografo (angolo di ripresa, lunghezza focale, profondità di campo, velocità di otturazione, gamma tonale, etc.) facendo così della fotografia “diretta”, e chi per esprimersi utilizza invece, prima o dopo lo scatto, altri materiali (contrasto, illuminazione, colori arbitrari, messa in scena, aggiustamenti e manipolazioni diverse) facendo un altro genere di fotografia, fino ad arrivare a qualcosa di altro rispetto alla fotografia. Ma non è tutto così semplice, perché in mezzo a questi estremi vi sono numerose sfumature ed infinite gradazioni, che né Robinson né Emerson sarebbero mai riusciti ad immaginare.ù

 

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