Pubblicato da il 7 apr 2018 in Danilo Cecchi | 3 commenti

PARAFOTOGRAFIA DIGITALE

PARAFOTOGRAFIA DIGITALE

Si discute sui cambiamenti provocati in fotografia dalla così detta “rivoluzione digitale”, e si conviene che con il fenomeno digitale in fotografia è cambiato tutto. Ma quando si cerca di capire quali sono stati esattamente questi cambiamenti, ci si impantana in una serie di balbettamenti, e si scopre che forse la “rivoluzione digitale” in realtà non ha cambiato niente. O quasi niente. Si conviene che le leggi dell’ottica e della prospettiva sono rimaste immutate, e si conviene che le immagini fotografiche continuano ad essere “prese” con una fotocamera, cioè con una “camera obscura”, magari miniaturizzata ed inserita in un telefono, e con un obiettivo, magari anche questo modificato o miniaturizzato.

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Si conviene anche che, alla fine, quello che è cambiato è solo il supporto su cui si registra l’immagine. Non si tratta più di carta, vetro o pellicola, ma di un sensore, più o meno grande, più o meno elastico, più o meno capace di selezionare e registrare un enorme numero di dati. Ma si conviene anche su altri tre punti, che con la “rivoluzione digitale”, e grazie alla “smaterializzazione” delle immagini, è aumentata in maniera geometrica la massa delle immagini che vengono registrate ogni giorno, che è aumentata in maniera vertiginosa la velocità di trasmissione e di moltiplicazione delle stesse immagini, e che è stata semplificata al massimo la possibilità di manipolazione delle immagini.

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Mentre il numero delle immagini e la velocità di circolazione delle stesse sono dei dati puramente quantitativi, la semplicità di manipolazione delle immagini diventa invece un fattore qualitativo, ed è così determinante, da mettere in crisi il concetto stesso di “fotografia” ed il concetto stesso di “realtà”. Se veniva accettato quasi universalmente il concetto secondo il quale fra l’immagine fotografica ed il suo referente (oggetto fotografato) si mantiene un rapporto diretto e vincolante, questo rapporto viene a mancare davanti ad una immagine fortemente manipolata, manualmente o automaticamente, e tale da non assomigliare più a quella di partenza. Fino a mettere in crisi la definizione stessa del termine “fotografia”.

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Allora si conviene che la “rivoluzione digitale” ha veramente cambiato tutto, le immagini fotografiche non solo hanno perduto il loro “supporto materiale”, ma anche il loro “rapporto con il reale”, diventando forse non più “fotografie” ma qualcosa di diverso. Si cerca quindi affannosamente di tracciare un confine fra le immagini “non manipolate” e quelle “manipolate”, fra le “vere fotografie” e le “non fotografie”, cercando anche di definire fino a che punto si possa intervenire sulle immagini fotografiche senza cambiare la loro natura.

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Facendo un passo indietro, tuttavia, ci si rende conto che non si tratta di una novità. Fino dalle sue origini, l’immagine fotografica è stata oggetto di manipolazioni, non solo attraverso semplici correzioni o ritocchi, ma attraverso tutta una serie di interventi pesanti, tagli e ricuciture, fino alla realizzazione di scene mai avvenute nella realtà, fino alla raffigurazione di oggetti o situazioni inesistenti e completamente inventate.

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La “rivoluzione digitale” ha semplificato e messo alla portata di tutti un fare fotografico vecchio di oltre un secolo e mezzo, un fare fotografico che ha poco a che spartire con i meccanismi della visione e molto con quelli dell’immaginazione, pochi punti di contatto con la realtà esterna e molti punti di contatto con la realtà interna. Un fare artistico che non è forse più fotografia, ma che non è neppure pittura, un fare immagini che appartiene ad un’area tutta sua, un’area dai limiti ancora incerti, ed ancora in parte da esplorare, un’area che possiamo definire come il mondo (spesso meraviglioso) della parafotografia.

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3 Commenti

  1. La “rivoluzione digitale” è una cosa straordinaria, magnifica.

    Ha permesso di scoprire strade e tecnologie fino a pochi anni fa inesplorate ed impensate e il mondo dell’immagine ne è stato fra i maggiori fruitori.

    Partendo dal niente o meglio da un software e dalla propria fantasia, con un computer si possono costruire e realizzare immagini. Non serve nemmeno uscire di casa, esistono scenari, volti ed altre Realtà Virtuali di ogni tipo già pronte, generate digitalmente, basta assemblarle con programmi appositi. Oppure partendo dall’ambiente reale, con un prelievo attraverso un telefonino o una camera digitale, elaborarle o deformarle ( da de-formare, cioè dare un’altra forma ) in base ad una realtà interiore, propria.

    Il prelievo digitale avviene attraverso impulsi elettrici trasferiti ad un sensore con un sistema ottico.
    Questo prelievo simula quello della più vetusta foto-camera, la quale non è sinonimo di “camera obscura”, quest’ultima si conosceva ed esisteva già da secoli, ne parlò prima Aristotele e più recentemente nel 1500 Leonardo Da Vinci ed i suoi campi di utilizzo sono molteplici: Architettura e Pittura per primi.

    Tornando alla “Rivoluzione Digitale” il suo fantastico mondo ci permette di realizzare immagini in modo rapido e di trasferirle velocemente in ogni parte del mondo.
    Per elaborarle e vederle non serve utilizzare maleodoranti prodotti chimici ne la Luce.
    Non serve utilizzare un luogo apposito chiamato “camera oscura” e non serve utilizzare la Luce di un ulteriore apparato Ottico chiamato Ingranditore, ne utilizzare della carta Sensibile alle radiazione luminose che messa in un apposito bagno chimico rivela ciò che la Foto-Camera ha prelevato necessariamente, inevitabilmente ed esclusivamente dalla Realtà.
    Le Immagini Digitali possiamo comodamente e tranquillamente stamparle in casa con inchiostri tipografici senza la Luce, senza ulteriori apparati ottici e senza rivelatori chimici.

    La Camera Oscura serve ed è servita nel passato anche per altre operazioni.
    Si possono creare “fotomontaggi”, non Fotografie, cioè unire vari frammenti fotografici in una unica immagine. Tale operazione normalmente è sempre stata dichiarata dal suo autore e comunque prevede una abilità tecnica, una conoscenza e un virtuosismo del mezzo formidabile, tanto che chi ha tentato di spacciare simili operazioni per Fotografie è stato sempre smascherato.

    Man Ray l’ha utilizzata per creare Arte ed ha chiamato le suo opere “Rayografie”, non Fotografie.

    Con la Fotografia si può rappresentare la realtà, evocare ricordi , alludere alle idee.
    E si può e creare Arte. Tutto questo possono farlo anche le immagini digitali, anche Arte. Non di serie B o minore, ma di pari dignità. Dipende sempre dall’Autore e come.

    Nessuno cerca “affannosamente” di tracciare un confine fra “manipolato” e “non manipolato”, fra Immagine Digitale e Fotografia perché esiste già: tecniche diverse, origini diverse. Nessuno cerca di confondere la Pittura con una Litografia, un Disegno con un’Incisione, una Acquaforte con un Acquerello anche se eseguite con strumenti simili e tutte producono immagini: tecniche diverse, origini diverse, “nomenclature diverse e chiare”.

    Non esistono “vere fotografie” o e le “non fotografie”. Non ci sono belle immagini o brutte immagini, intese come misure di valore. Ci sono immagini belle o interessanti per me, altre brutte e poco interessanti per te e viceversa.

    La “rivoluzione digitale” ha semplificato il fare immagini. Tutto è alla portata di tutti anche con mezzi poco costosi, una tecnica popolare e sociale.

    La “rivoluzione digitale” è una cosa straordinaria, magnifica.
    Viva la “Rivoluzione digitale”, io l’amo, la pratico e non tornerei più indietro……ma non chiamiamola … Fotografia.

  2. Tutto giusto. Se sostituiamo al termine “immagine” il termine “parola” ed al termine “fotografia” il termine “letteratura” e ci poniamo la stessa domanda (che cosa è cambiato con la rivoluzione digitale?) otteniamo la stessa risposta. I nuovi mezzi (videoscrittura, computer, telefoni cellulari, etc.) hanno aperto le porte della scrittura a grandi masse di persone, ma non hanno modificato (sostanzialmente) né la grammatica né la sintassi della lingua. Usare un programma tipo “word” o una Olivetti lettera 22 sono due cose profondamente diverse, e (probabilmente) comportano anche delle (più o meno profonde) variazioni stilistiche. Con ambedue gli strumenti (ma anche con la penna d’oca) si possono scrivere testi sublimi o enormi “porcate”. Tutto dipende da chi scrive, da quello che scrive e da come lo scrive. Se è vero che il medium è il messaggio, è anche vero che lo strumento influenza in qualche modo la forma del messaggio. Un graffito sul muro è diverso da un post su twitter, anche se il contenuto del testo è (apparentemente) uguale. Mezzi diversi, ciascuno con una propria logica, una propria funzionalità ed una propria estetica. Guai a confondere le immagini “trovate” con quelle “costruite” o “immaginate”.

  3. Non vedo il motivo per cui, parlando di fotografia analogica, si vadano sempre a pescare gli esempi più limpidi e mirabili di ciò che è stato (a volte quelli più facili da identificare), mentre parlando di digitale vengano accolte nel calderone indistintamente tutte le ‘porcate’, come molte di quelle che vedo qui pubblicate a titolo di esempio, così come le ‘non porcate’. Farei d’altro canto notare come le ‘porcate’ si siano sempre fatte anche su pellicola, anche sulla semplice carta sensibile, anche su milioni di altri supporti sensibili, in pittura come in poesia, mica solo in fotografia digitale. Semmai è il filtro del tempo che per allora vi è stato mentre per oggi ha solo bisogno di qualche annetto ancora per fungere da discriminante e togliere un po’ di pulviscolo dagli occhi, casomai servisse. Non è che tutto quello che esce da un qualcosa che funziona a corrente ed ha un’ottica davanti è fatta perché vuole essere fotografia, ciononostante vi è anche della fotografia tra i file che oggi al posto del film vengono ‘impressionati’. Non potremmo parlare di quelli, magari senza generalizzare, magari capendo cosa abbiamo davanti prima di trovare improbabili contro-assunzioni vecchie di 100 anni? Scrivo perché mi sono un po’ stufata di subire l’eterna diatriba concettuosa e (para)semantica che vede me, persona alla quale piace fotografare proprio come facevo prima con altri mezzi, valutata alla pari di chi ha altre finalità, perfettamente sostenibili nella loro differente specie però differente dalla mia, che è fotografica. Usiamo gli stessi strumenti, e allora? Grazie.

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